mercoledì 27 febbraio 2013

Raido: Quaderno 1 - “Il Mondo della Tradizione”

Si riparte con l'attività di formazione tradizionale presso il centro studi aurhelio.

PREFAZIONE ALLA TERZA EDIZIONE
Sono passati alcuni anni da quando, poco dopo il Natale di Roma del 1997, abbiamo dato vita a questo scritto. Erano i primi anni di Raido, si organizzavano le prime iniziative culturali e l’entusiasmo che permeava ogni attività militante era palpabile: un fuoco che necessitava di manifestarsi. Il quaderno n. 1 della collana La formazione del Militante della Tradizione nasceva all’insegna di questo clima, con l’esigenza di essere uno strumento in grado di offrire al giovane militante più di un momento di riflessione. Lo scopo prefissato era risvegliare l’interesse per la Tradizione e favorire, attraverso un’introduzione alla dottrina, quel processo di conoscenza necessario alla crescita personale. Da sempre, infatti, abbiamo precisato come l’approfondimento culturale sia indispensabile all’interno del percorso di formazione tradizionale, approfondimento che, lungi dall’essere un inutile esercizio accademico, sia in grado di conferire consapevolezza e cognizione di causa all’azione militante. Quest’ultima, non ci stancheremo mai di ripeterlo, resta il principale metro di giudizio, visto che è lo stile e non i titoli, gli studi, o semplicemente le parole, a caratterizzare un uomo e la sua condotta esistenziale.
Rispetto a ieri, oggi nulla è cambiato in questo senso. Sicuramente gli anni di attività ed esperienze trascorsi ci hanno permesso di consolidare e migliorare il lavoro per il fronte della Tradizione e la voglia di lottare in funzione della Verità e della Giustizia, il fuoco che allora bruciava nei nostri cuori, quel fuoco che ha dato vita alla comunità militante di Raido più di quindici anni fa, oggi è quanto mai forte ed intenso.
Cambiamenti, invece, e non poteva essere altrimenti, sono avvenuti all’interno della società moderna, o meglio abbiamo assistito ad un’accelerazione a ritmi vertiginosi tesa al consolidamento della visione del mondo individualista, materialista e desacralizzata. E ciò ha reso ancora più evidente come il mondo moderno, col suo equilibrio terribilmente instabile, sia ormai diretto al capolinea. Il che, tuttavia, non deve trarre in inganno, inducendo a pensare che le cose andranno a migliorare in maniera “naturale”. Tutt’altro: lo sforzo per vivere in maniera retta la fase finale di quest’epoca, richiederà sempre più forza di volontà e coraggio per resistere alle vorticose correnti della decadenza, sarà necessaria quella “linea di maggior resistenza” che indica Evola per formare un “carattere” che orienti la vita verso un reale rinnovamento spirituale. Ed allora come è necessaria la virtù affinché un uomo rimanga in piedi in un mondo in rovina, virtù da vivificare quotidianamente attraverso l’impegno militante, nel contempo è fondamentale avere saldi e precisi punti di riferimento, una bussola che indichi il “nord” del proprio cammino. Per noi, oggi come allora, la Tradizione è il riferimento, la stella polare che permette di orientarsi nella notte scura e il quaderno n. 1, giunto alla sua terza edizione, vuole rappresentare un’introduzione senza pretese alla sua dottrina, il punto di partenza di un percorso di scoperta e conoscenza tanto affascinante quanto impegnativo. Questa pubblicazione, ne siamo convinti, è un contributo a disposizione di chi crede possibile un’esistenza diversa da quella “moderna”, un’esistenza retta dai valori di Verità e Giustizia, di Onore e Fedeltà, dove ha ancora un senso la parola data e la capacità di rinunciare ai propri interessi per un bene comune, dove non è il falso ed ipocrita sentimentalismo a regolare i rapporti tra gli uomini, ma l’Amore virile di chi considera la vita un dono prezioso che non deve essere sprecato.
Uno scritto, quindi, diretto a chi sente il bisogno di ribellarsi all’ingiustizia ed alla menzogna e che “apre” la collana La formazione del militante della Tradizione la quale comprende altri tre quaderni, di cui il secondo già disponibile mentre gli altri lo saranno a breve. Scopo della collana, lo accenniamo, è di esporre un metodo operativo che aiuti a formare il singolo secondo i principi tradizionali, un metodo che conferisce particolare importanza sia al ruolo della comunità e sia agli aspetti che devono caratterizzare la vita di ogni militante nella sua completezza. La comunità, infatti – come insieme di uomini che dotati di un comune sentire vivono in armonia, serenità ed equilibri – è il luogo in cui si esplica il confronto costruttivo, strumento grazie al quale ognuno, togliendo la maschera dei propri pregiudizi, rivedendo aspetti del proprio carattere, sostenendo chi ha sbagliato e vuole riscattarsi, concorre a realizzare un unico progetto in cui a prevalere non è l’inclinazione o l’opinione personale, ma l’azione che il gruppo ha deciso di compiere. Gli aspetti che devono caratterizzare la vita di ogni militante, invece, si delineano attraverso l’attenzione costante che deve essere posta in ogni attività condotta, è l’attenzione che ben esplicita l’intenzione ed illumina il gesto, è lo sforzo richiesto nell’affermare sempre, indipendentemente dal contesto in cui il militante si trova (lavoro, famiglia, sezione o associazione, amici, ecc.), uno stile retto, ventiquattrore al giorno e 365 giorni l’anno; un modo concreto per imparare ad essere coerenti, per ridurre la distanza tra ciò che si dice di essere e ciò che si fa nell’esistenza quotidiana. D’altronde l’adesione ai valori della Tradizione per essere reale e tangibile, deve essere vissuta in maniera integrale e totale1.
In conclusione, è giusto esprimere un ringraziamento nei confronti di chi, confermandoci simpatia ed entusiasmo, ha ritenuto opportuno utilizzare questo scritto come vademecum in gruppi di studio di giovani militanti e a quanti negli anni si sono prodigati per la sua diffusione, permettendone numerose traduzioni ed edizioni anche al di fuori dei confini nazionali. E’ un’ulteriore conferma della bontà di questo lavoro2.
In alto i cuori!
Roma, equinozio di primavera 2010

Note
1 Abbiamo accennato a quello che è giusto definire un vero e proprio metodo operativo applicato all’interno della comunità di Raido, metodo approfondito in particolare nel quaderno n. 3 laddove, oltre a quanto sopra menzionato, ne sono evidenziate altre caratteristiche. Tra queste, senza poter essere esaurienti, ricordiamo: la necessità di qualificarsi sul piano militante (eccellendo in qualcosa, anche in base alle proprie attitudini ed esperienze), il rispetto della gerarchia (gerarchia che si fonda sulla maggiore o minore adesione ai valori tradizionali, adesione testimoniata dallo stile di vita del militante: ognuno si colloca nel posto che gli compete sulla base di questo principio. Altra cosa è il gerarchismo, che ovviamente non ci appartiene), la costanza nella militanza (ritmo quotidiano, settimanale, mensile; non esistono impegni portati avanti come momentanee fiammate, ma esiste la costanza della militanza inesorabile, implacabile, una “goccia cinese” che permette di lavorare sul proprio carattere. Militanza intesa come tenuta nel tempo), il rispetto dell’impegno preso e della scadenza prefissata (prendersi impegni e portarli avanti senza il rispetto di una scadenza è inutile sul piano formativo; il limite temporale impone lo sforzo e l’impegno ad essere uomini d’onore, che a ciò che dicono danno seguito nell’operato), il principio della responsabilizzazione (mettersi in gioco sempre, attivarsi come se per ogni attività intrapresa si è responsabile e non semplice esecutore. Attitudine quindi ad essere a disposizione, al donarsi, all’anteporre l’interesse comune a quello personale, una visione globale ad una parziale) ed altro ancora per la lettura di cui rimandiamo allo specifico quaderno.
2 E’ probabile che la forma linguistica adottata, specie in alcuni paragrafi, possa risultare di difficile comprensione. A tale proposito, invitiamo tutti i lettori che lo riterranno opportuno a segnalarci le loro preziose impressioni e/o suggerimenti di cui terremo conto per le future edizioni.

sabato 23 febbraio 2013

Elementi della cultura tradizionale


Documenti per il Fronte della Tradizione - Fascicolo n. 33

di Antonio Medrano

€4.00 - 40 pg.

Gli scritti di Antonio Medrano, "Elementi fondamentali della cultura Tradizionale" e "Il modo di vita Tradizionale" rappresentano un sicuro punto di riferimento per il militante del Fronte della Tradizione.
Per noi di Raido, non si tratta di una semplice lettura, ma qualcosa di più, due saggi che rappresentano il modello esistenziale a cui far iferimento nell´azione quotidiana. Un orientamento dottrinale, che va oltre le belle parole, e che determina un modo d´essere e un´appartenenza.
Se da una parte vi è l´uomo moderno, privo di qualsiasi solidarietà e d´identità, un individuo spinto ad agire dall´utilitarismo e dal proprio egoismo, dall´altra parte, vi è l´uomo della Tradizione che ancora percepisce vivo nel proprio cuore la presenza del Sacro.
Un uomo, che dinanzi alla follia del mondo moderno, costruito sul profitto e sulla sopraffazione, oppone un impegno totale per lottare contro ogni abuso e devianza. Si tratta di assumere una disciplina che abbia come scopo il dominio di sé, che valga a ripristinare il senso Sacro della Tradizione, come visione del mondo e come Stile.
Un´azione che sappia diventare "volontà di riscatto", che determini una continua tensione a migliorarsi e che incida positivamente nella realtà circostante.
È necessaria un´educazione severa diretta a formare un Uomo Nuovo, perché ciò che non è giusto e vero, non è neanche utile.
Non è più tempo di arrampicarsi sugli specchi, lo Stile non può essere appreso o inventato è una questione di "qualità", è un sentire profondo reale, allora o lo si possiede o si è altro ... solo perdita di tempo.

RAIDO

domenica 17 febbraio 2013

Il navigare come simbolo eroico, di Julius Evola


Se vi è una caratteristica delle nuove generazioni, essa è il superamento dell'elemento "romantico"; il ritorno all'elemento epico. Non interessano più parole, complicazioni psicologistiche e intellettualistiche, quanto azioni. E il punto fondamentale è questo: che, a differenza di quanto è proprio ai fanatismi e alle deviazioni "sportive" delle razze anglosassoni, le nostre nuove generazioni tendono a superare il lato puramente materiale dell'azione, tendono ad integrare e chiarificare questo lato con un elemento spirituale, tornando, più o meno consciamente, a quell'agire, che è un liberarsi, un prender contatto reale, e non estetistico e sentimentale, con le grandi potenze delle cose e degli elementi. 

Ora, vi sono ambienti naturali che più particolarmente propiziano queste possibilità liberatrici e reintegratrici dell'epica dell'azione, e sono l'alta montagna e l'alto mare, con i due simboli dell'ascendere e del navigare. Qui per via più immediata, la lotta contro le difficoltà e contro i pericoli materiali, si fa mezzo per compiere simultaneamente un processo di superamento interno, per compiere una lotta contro elementi che appartengono alla natura inferiore dell'uomo e che debbono esser dominati e trasfigurati. 

Qualche generazione di superstizione positivistica, e materialistica ha fatto sì che tante belle e profonde tradizioni dell'antichità siano state sepolte nell'oblio, ovvero siano date unicamente come oggetti di curiosità erudita: ignorando e facendo ignorare il significato superiore di cui esse restano sempre suscettibili e che può esser sempre ridestato e rivissuto. 

Ciò, per esempio, va detto per l'antico simbolismo della navigazione, che è uno dei simbolismi tradizionali più diffusi in tutte le civiltà premoderne, ritrovabile con i caratteri di una uniformità strana, che ci fa pensare quanto universali e profonde debbon esser state certe esperienze spirituali dinanzi alle grandi forze degli elementi. E su ciò non crediamo inopportuno dar qui un qualche cenno. 

Il navigare - e in particolare il traversare le acque tempestose - è stato tradizionalmente innalzato al valore di simbolo, in quanto nelle acque, come acque di oceano o acque di correnti, fu sempre figurato l'elemento instabile, contingente della vita terrena, della vita soggetta a decadenza, a nascita ed a morte - e fu inoltre e più particolarmente raffigurato l'elemento passionale e irrazionale che altera questa stessa vita. Se la terraferma, sotto un primo aspetto, valse come sinonimo di mediocrità, di esistenza pavida e piccola poggiata su certezze e sostegni la cui stabilità è tutta illusoria - il lasciar la terraferma, il volgere verso il largo, l'affrontar intrepidamente la corrente o l'alto mare, dunque il "navigare", apparve spontaneamente come l'atto epico per eccellenza, non pure nel senso immediato, ma anche nel senso spirituale. 

In navigatore si presentò dunque come un sinonimo di eroe e di iniziato, come sinonimo di colui che, lasciato il semplice "vivere", vuole arditamente un "più che vivere", nel senso di uno stato superiore alla caducità e alla passione. 

Sorge allora il concetto dell'altra terraferma, quella vera, che si identifica con la stessa mèta del "navigatore", con la conquista propria alla epica stessa del mare: e 1'"altra riva", è la terra prima sconosciuta, inesplorata, inaccessibile, data dalle antiche mitologie e dalle antiche tradizioni con i simboli più vani, fra i quali è però frequentissimo quello della isola, immagine per la fermezza interiore, per la calma e il dominio di colui che ha felicemente e vittoriosamente "navigato" portandosi fra le onde o l'impetuosa corrente, ma senza divenirne preda. 

L'attraversare una grande corrente a nuoto o come pilota di un battello era fase simbolica fondamentale nella cosiddetta "iniziazione regale" che si celebrava ad Eleusi. Giano, l'antica divinità della Romanità, dio dei cominciamenti e quindi anche, in senso eminente, della iniziazione quale "vita nova", era anche dio del navigare; aveva fra le sue insegne caratteristiche la nave. E questa nave di Giano, come pure le sue due chiavi son passate poi nella tradizione cattolica, figurando nella nave di San Pietro e, in genere nel simbolismo della funzione ponteficale. Ora si potrebbe rilevare che lo stesso termine pontifex, nelle antiche etimologie romane, significava il "facitore di ponti"; che pons però arcaicamente significava anche via e come "via" veniva anche concepito il mare, e il Ponto venne detto così per non diversa ragione. Onde vediamo come, per occulte trame, fino in parole e in segni, oggi quasi non più compresi, si siano trasmessi elementi dell'antica concezione del navigare come simbolo.

Nel mito caldaico dell'eroe Gilgamesh noi troviamo un esatto fac-simile di quello dell'Eracle dorico che coglie il frutto di immortalità del giardino delle Esperidi avendo traversato prima il mare, sotto la guida di Atlante il titano. Anche Gilgamesh affronta la via del mare, salpa, seguendo la via occidentale, cioè la via atlantica, verso una terra o isola, ove egli cerca "l'albero di vita", mentre l'Oceano è paragonato significativamente alle "acque oscure della morte". E se noi ci spostiamo verso l'Oriente e l'Estremo Oriente, troveremo echi di eguali esperienze spirituali legati ai simboli eroici ed epici del navigare, del guadare, del salpare.

Come l'asceta buddista fu frequentissimamente comparato a colui che affronta, taglia e vince la corrente, a colui che guada, a colui che naviga glorioso contro corrente, nelle acque essendo figurato appunto tutto quel che viene dalla sete animale di vita e di piacere, dal vincolo dell'egoismo e dall'attaccamento degli uomini - così, nello stesso Estremo Oriente si trova il tema ellenico della "traversata" e del raggiungimento di "isole", nelle quali la vita non è più mista a morte: come l'Avallon o il Mag Mell atlantico delle leggende irlandesi e celtiche. 

Ci si porti nell'Egitto antico e fin nel Messico precolombiano: direttamente o indirettamente ritroviamo non dissimili elementi. E li ritroviamo altresì nelle leggende nordico-ariane. La stessa impresa dell'eroe Siegfried nell'isola di Brunhild comprende essenzialmente il simbolismo della navigazione, della traversata del mare: Siegfried, secondo il Nibelunglied, è colui che dice: "Le vere vie del mare mi sono conosciute. Io posso condurvi sulle onde".

Noi potremmo mostrare che la stessa impresa di Cristoforo Colombo ebbe più rapporti di quel che comunemente si sappia con le oscure idee circa una terra, ove, secondo alcune leggende medioevali, si troverebbero "profeti mai morti", circa un "eliseo transatlantico" che appunto rientra nel simbolismo ora detto. Inoltre, potremmo mostrare perché il concetto del talassocrate, del "signore dei mari" o delle "acque", molto spesso si collegò anticamente con il concetto del legislatore in senso superiore (p.es. nel mito pelasgico di Minos): potremmo sviluppare l'idea racchiusa nelle figurazioni di colui "che sta sulle acque" o "cammina sulle acque" o e salvato dalle acque" (da Narâyâna a Mosè, a Romolo, a Cristo) ma tutto ciò ci porterebbe troppo lontano, e forse vi torneremo in un'altra occasione.

"Vivere non necessita. Navigare è necessario". Questa parola ancor oggi (1933 - n.d.r.) vive, ancor oggi è sentita, ed avvia una delle migliori correnti della nuova epica dell'azione - "Dobbiamo tornare ad amare il mare, a sentire l'ebbrezza del mare, perché vivere non necesse sed navigare necesse est" ebbe a dire lo stesso Mussolini. Ma in questa formula, presa nel suo aspetto più alto, non sussiste forse l'eco di quegli antichi significati? 

Non sussiste forse l'idea del navigare come più che vita, come attitudine eroica, come avviamento a forme superiori di esistenza?

Che là dove regna il grande, libero respiro del largo, ove si sente tutta la forza di ciò che è senza limiti, sia nella sua calma possente e profonda, sia nella sua terribilità elementare - che sui mari e sugli oceani nuove generazioni sappiano dare "epicamente" alla vicenda fisica del navigare un'anima metafisica, tanto da conferire allo stesso eroismo e allo stesso ardire il valore di un mezzo trasfigurante e da risuscitare così ciò che si celava nelle antiche tradizioni del salpare e del navigare come simbolo e del mare come via verso qualcosa di non più e di non soltanto umano - questo ci sembra uno dei punti più alti che possono orientare le forze di resurrezione in atto nella nuova Italia.



titolo: Il navigare come simbolo eroico

autore/curatore: Julius Evola
fonte: Simboli della Tradizione Occidentale
lingua: italiano
data di pubblicazione su juliusevola.it: 08/11/2004

venerdì 15 febbraio 2013

Sorvegliamo noi stessi, i tempi che stanno arrivando saranno molto difficili ....

La crisi della Chiesa, lampante come non mai, si palesa nelle dimissioni del Papa. La volontà di affidarsi al soglio di Pietro, sempre più sotto l'attacco per raggiungere la vittoria delle forze della sovversione, diventa sempre più difficile da vivere. Occorre imparare, dunque a sorvegliare ed a sorvegliare ancor più noi stessi, i tempi bui sono dietro l'angolo...


QUANDO TORNERÀ IL FIGLIO DELL’UOMO


Spero nessuno si aspetti da me un commento sulla rinuncia di Benedetto XVI. Non ho notizie diverse da quelle di tutti voi. Né mi va di contribuire al chiacchiericcio mediatico, ai giudizi (molti) temerari, e – spaventevole a dirsi – alle derisioni che hanno accompagnato l’evento e la persona («Papus Interruptus», se la ride il francese Libération, organo della sinistra al caviale stipendiato da Rotschild).

Non ci sono analisi da fare, al di là di un costernato silenzio. La crisi della Chiesa e l’abbandono della fede sono fatti evidenti. «È il popolo che ha abbandonato la Chiesa o è la Chiesa che ha abbandonato il popolo?»: questa frase di don Giussani attende ancora una risposta. Il residuo «popolo» è fratturato in gruppi incomunicanti, ciascuno coi suoi riti, linguaggio e sistema di credenze, alcuni dei quali hanno metodi di reclutamento «americani», da born again christians o da «alcoholics anonimous», e liturgie di loro invenzione. Neocatecumenali, pentecostali, ciellini, lefebvriani... che esista ancora un’unità dottrinale, poniamo, che colleghi l’Opus Dei e i seguaci di Kiko Arguello, è estremamente dubbio.

Che questa inconciliabilità esploda alla luce, temibilmente probabile. Il pericolo che queste fratture diventino «chiese» settarie, è presente. Che la patologia dipenda dal Concilio Vaticano ultimo, è un fatto – che viene negato, oppure salutato come «profetico» e benefico. Salgono le voci che esigono «un nuovo Concilio», e pretendono «più collegialità»: sorde al fatto che Cristo non ha istituito un collegio, che le conferenze episcopali sono «unioni di fatto» senza alcun fondamento teologico, né che come diceva il cardinale Oddi, sardonico e teologicamente inconcusso: «Il solo caso di collegialità che si trova nel Vangelo è raccontato con questa frase: “...E tutti i discepoli, abbandonato Gesù, fuggirono»: Matteo 26, 56. La mancanza di vocazioni è già tragica, presto ci mancherà il prete che ci dia la Comunione. 
Io spero solo che non tocchino l’Eucarestia, che vedo già in pericolo in molte chiese. Bisogna pregare molto, lo dico a me stesso più che a voi. La sensazione generale è che questa non sia una svolta, ma un capolinea. 

Mi si citano profezie di sventura, Akita, Garabandal, Fatima, Medjugorje. Le ascolto, come tutti, come annunci inquietanti, ma ricordo a me stesso che in certi momenti le «profezie» possono essere utilizzate per diffondere suggestioni collettive, nel senso desiderato da poteri nient’affatto «secolarizzati», che non hanno per nulla rinunciato ai loro antichi «rituali», e non li ritengono affatto superati nella loro funzione di evocatori di Potenze, le Potenze omicide che agiscono nel buio.

Un padre francescano, santo, dice invece: «È tutta luce». Ciò che cadrà, era ciò che doveva cadere, come le foglie secche del vecchio albero. È la speranza a cui mi aggrappo. La questione è nelle mani di Dio. Cerchiamo di sorvegliare noi stessi, nei tempi imminenti che saranno difficili.

Mi basta la profezia di Cristo: «Quando tornerà il Figlio dell’Uomo, troverà ancora la fede sulla Terra?». È una domanda che pongo anzitutto a me: quando tornerai, Figlio dell’Uomo, troverai ancora la fede in Maurizio? Come vorrei poter rispondere «Sì», con slancio, senza esitazione, con piena infantile fiducia. Invece dico, come quel poveraccio del Vangelo: «Signore credo, ma tu sostieni la mia incredulità!».

Chi ha fede preghi molto, e preghi anche per me. 

Maurizio Blondet 12 Febbraio 2013

lunedì 11 febbraio 2013

10 Febbraio – Giorno del Ricordo [recensione]


In occasione della giornata nazionale del ricordo dei Martiri delle Foibe il Centro Studi Aurhelio ha aperto la sua sede per commemorare i drammatici eventi che hanno visto più di diecimila italiani delle provincie orientali vittime della pulizia etnica da parte dei partigiani titini. In collaborazione con il Comitato “10 Febbraio”, per l’occasione è stata allestita presso il nostro locale in via Aurelia 571 A, una mostra fotografica per narrare la lunga e ricca storia giuliana, istriana e dalmata partendo dall’età romana fino ai giorni nostri. Durante l’incontro, oltre alla diffusione di materiale informativo sulle vicende legate alle foibe e all’esodo, è stata organizzata la videoproiezione di un documentario riportante le testimonianze dei superstiti sulle atrocità subite da parte dei comunisti jugoslavi e sul clima di odio che hanno dovuto affrontare una volta rifugiatisi in Italia dove si portavano dietro l’etichetta di fascisti.





Prima dei saluti finali, è stato proiettato anche il film-documentario, prodotto dal Comitato 10 febbraio, nel quale un ragazzo ed una ragazza - nipoti di esuli, ritornano nelle terre dei loro nonni dove, tramite l’architettura degli edifici, le raffigurazioni e le vicende storiche scoprono che ogni cattedrale, monumento e pietra, di fatto, parla italiano.


Una bella occasione importante, per riaffermare la nostra identità culturale, la nostra appartenenza e il senso profondo della memoria. In un paese dove ogni anno la memoria tende a perdersi e l’amministrazione comunale si dimentica di celebrare una solennità civile nazionale, il Centro Studi Aurhelio ha lasciato un pezzetto di luce su una realtà per molti ancora scomoda e spesso infangata da un giustificazionismo ipocrita e colpevole.

giovedì 7 febbraio 2013

Il flagello del personalismo


Il flagello del personalismo

di Julius Evola

Per un organizzarsi davvero efficace delle forze nazionalmente orientate una delle condizioni preliminari è il superamento del personalismo. Il personalismo è fra le disposizioni infelici del popolo italiano, specie nei suoi strati intellettuali, ed esso oggi persiste e si afferma anche fra i gruppi a noi idealmente più vicini, con effetti visibili e deprecabili di frazionamento, di dispersione delle energie, di distorsione.


Mentre l’esigenza del momento sarebbe la disciplina di forze coordinate in un blocco compatto, con al primo piano non gli individui, ma l’idea e l’azione in sé stessa, tuttora vige troppo spesso la tendenza ad andar per conto proprio, a costituire un proprio gruppetto usando le idee soprattutto per mettersi in mostra, per assicurarsi dei privilegi, per crearsi una certa sfera d’influenza. Così, anche se in proporzioni ridotte, tende a ripullulare la mala pianta del “gerarchismo”; il quale sia detto senza mezzi termini, costituisce l’antitesi di ogni vera gerarchia, la vera gerarchia non conoscendo personalismi, definendosi oggettivamente con l’autorità che procede dall’adeguarsi disindividualmente ad un principio e ad una funzione, e dal tenersi volentieri ognuno al suo giusto posto, senza scarti, tergiversazioni e manovre.



In pari tempo, vediamo oggi diffusa la mania della polemica, con lo stile di una reattività che quasi chiameremmo uterina. L’una cosa si tiene effettivamente insieme con l’altra: il personalismo e l’individualismo ne costituiscono parimenti la base. Per mettere in evidenza se stessi si sente il bisogno quasi isterico di attaccare l’uno o l’altro, di contrapporre formula a formula, parola d’ordine a parola d’ordine anche dove ad una disamina calma ed obbiettiva riuscirebbe facile mostrare che le ragioni di contrasto sono minime, che le contrapposizioni non son dovute all’aspetto dottrinale e intellettuale, ma essenzialmente ad un animus, ad un fattore irrazionale ed affettivo. Non si riconosce che, tutto sommato qui agisce semplicemente un “complesso di inferiorità”, perché chi è veramente certo del proprio valore e di quello della propria idea non sente il bisogno di attaccare a destra e a sinistra per “affermarsi”, non soggiace ad una incomposta reattività, non va in cerca di ogni possibile pretesto per dire la sua o per contrapporsi; procede invece per la sua via, secondo lo stile di una raccolta intensità e di un’azione indirizzata all’essenziale e al positivo, non all’accidentale e al negativo.



Come dicevamo, sono palesi gli effetti tutt’altro che costruttivi che oggi derivano da un orientamento del genere. Ad esempio, nell’ambito stesso della stampa d’intonazione su non diversa base noi vediamo nascere ora l’uno ed ora l’altro nuovo periodico, quasi sempre perché l’una o l’altra persona vuole assicurarsi una sua personale sfera d’influenza e di “giurisdizione”. Quali altri risultati non si conseguirebbero invece, quando queste singole possibilità venissero organizzate unitariamente, sulla base di una chiarificazione dottrinale fondamentale e, poi, di uno stile di disciplina d’impegno di impersonalità fattiva? Il sistema dei “gruppi” definiti da interessi di persone invece che da vere idee o con semplici parole d’ordine al posto di idee oggi da noi ha una efficienza tale, da ingenerare in moltissimi l’atteggiamento di un fondamentale sospetto. Così non si riesce quasi più a concepire che vi siano degli esseri liberi che vadano dritti per la loro via. Ci si chiede invece “chi sta dietro di lui”, si cerca di scoprire, al servigio di quali interessi, di quali “combinazioni”, di quali gruppi o gruppetti stiano le idee che uno difende, le cose che uno dice. Donde un naturale passaggio al pettegolezzo e alla diceria, la discesa ad un piano irrilevante di intrigo e di scandalismo, anche perché questo piano si presta meglio – di nuovo – a polemiche, attacchi e personalismi. Inutile, qui, addurre esempi che tutti conoscono. E’ inutile, anche, mettere in risalto quanto spesso un tale atteggiamento di sospetto e di intrigo distorce le cose e giova al giuoco degli avversari, facendo cadere tutto l’accento su quel che per taluno può essere solo un mezzo, per nulla il fine e il movente decisivo.



Sempre sulla stessa individualistica appartiene il settarismo e la concezione delle “contaminazioni”. Ad esempio, scrivere su di un foglio anziché su di un altro, è cosa che spesso crea automaticamente delle incompatibilità, dato appunto il sistema dei gruppi personalistici: vedere quali idee si difendano, accertare se uno scrittore resti o no coerente con se stesso, e solo ciò considerare come essenziale e serio – questo a molti riesce difficile. Si pretende, invece, che “si faccia gruppo”: anche quando non ce ne è proprio ragione, le finalità essendo le stesse una volta allontanate delle false “intransigenze”: FALSE, perché messe su soprattutto in funzione delle persone.



Le distorsioni cui abbiamo brevemente accennato sono deprecabili in qualsiasi clima politico. Ma nel momento attuale costituiscono un lusso che davvero non ci si dovrebbe permettere. La misura in cui esse potranno esser eliminate o ridotte in base ad una nuova serietà ed intensità, sarà anche quella di un progresso reale nel movimento della rinascita nazionale.




titolo: Il flagello del personalismo

autore/curatore: Julius Evola

fonte: Rivolta Ideale, 1951
tratto da: http://www.raido.it
lingua: italiano
data di pubblicazione su juliusevola.it: 03/02/2005

martedì 5 febbraio 2013

Giorno del Ricordo

Entriamo nella settimana del  "Giorno del Ricordo", importante è tenere alta l'attenzione su questo dramma vissuto dal popolo italiano e poco conosciuto ....


lunedì 4 febbraio 2013

Assemblea sul Castello di Santa Severa, un successo


Bagno di folla per la presentazione del progetto sul castello di Santa Severa


SANTA MARINELLA - Bagno di folla per la presentazione del  progetto di uso pubblico del castello di Santa Severa. Neanche le più rosee previsioni potevano infatti immaginare l’enorme successo ottenuto dalla presentazione del “Progetto per un uso pubblico del Castello di Santa Severa per fini socio-culturali e turistici” organizzata dal “Comitato Cittadino” nel cuore della Perla del Tirreno.  Sabato pomeriggio una folla di più di 400 persone ha riempito completamente per oltre tre ore la Sala Flaminia Odescalchi per partecipare alla presentazione del progetto elaborato dal direttore del Museo Civico Flavio Enei, in collaborazione con il Comitato e con l’architetto David Pennesi, per assicurare un giusto futuro “di cultura e turismo” al complesso monumentale di Santa Severa, contro qualsiasi tentativo di privatizzazione di fatto del bene. La manifestazione, presentata dalla professoressa Francesca Musella, è stata aperta dall’intervento di Enei che ha illustrato la proposta di uso che prevede la creazione di un polo museale unico in Etruria, incentrato sulla Rocca del castello, sulla Torre Saracena, il Museo Nazionale Pyrgense e quello del Mare e della Navigazione Antica.  Un Castello, aperto e visitabile per tutti, posto in condizione di raccontare con sistemi moderni multimediali la sua storia plurisecolare: un polo di promozione di attività culturali di formazione e turistiche per tutto il comprensorio. Con un limitato finanziamento iniziale di avvio, il centro congressi con foresteria, il punto di ristoro/caffetteria e i parcheggi possono senza alcuna difficoltà in breve tempo finanziare la gestione dell’impresa rendendola autonoma nel volgere di due anni. Fondamentale il collegamento del castello con la Riserva Naturale di Macchiatonda all’interno di un’unica area litoranea protetta a terra e a mare, con l’Oasi Blu estesa fino al castello arricchita dall’itinerario subacqueo “Pyrgi Sommersa”. La cornice generale in cui è inserito il progetto ripercorre le linee del “Sistema Cerite-Tolfetano-Braccianese” che alcuni anni addietro, su iniziativa di Santa Marinella, era stato felicemente avviato da Regione, Provincia e sette comuni del territorio per lo sviluppo socio-culturale e turistico del litorale attraverso la valorizzazione del patrimonio storico-archeologico e naturalistico dell’area compresa tra i Monti della Tolfa, il Lago di Bracciano e il litorale etrusco. L’architetto David Pennesi ha specificato con chiarezza le funzioni gestionali previste in relazione alla loro fattibilità e in rapporto con l’intero sistema territoriale. Gli interventi della professoressa Elisabetta Gallo e di Simonetta Gazzella del Comitato hanno quindi messo a fuoco la problematica vincolistica che per fortuna tutela il bene e le destinazioni d’uso della parte relativa ai servizi aggiuntivi in funzione di una gestione pubblica. Ha chiuso gli interventi del Comitato, Beatrice Cantieri che con un’ottima panoramica sulle reti territoriali attivate per la difesa del castello con il mondo dell’associazionismo e della scuola ha rivendicato il grande lavoro fatto come cittadini per la difesa del bene comune. Al termine della presentazione del lavoro sono intervenuti vari esponenti politici, candidati per le prossime elezioni alla Camera, alla Regione e al Comune (Emanuele Pepe, Andrea Bianchi, Stefano Massera, Massimo Padroni) che così come il Sindaco Roberto Bacheca, pur da posizioni diverse, hanno assicurato al Comitato il loro sostegno per il proseguimento della battaglia. Molto applaudito l’intervento di Cecilia D’Elia, vicepresidente uscente della Provincia di Roma, che tanto si è spesa sulle vicende castellane insieme ai consiglieri regionali e provinciali Gino De Paolis, Filiberto Zaratti e Guglielmo Abbondati, autori delle mozioni e delle interrogazioni pro castello insieme al consigliere Emiliano Minnucci. Presenti alla manifestazione i sindaci o i delegati rappresentanti i comuni del comprensorio scesi a fianco della battaglia del Comitato con apposite delibere di consiglio in difesa dell’uso pubblico del castello (per ora Cerveteri, Ladispoli, Bracciano, a breve Tolfa, Civitavecchia, Oriolo Romano); presenza illustre anche quella di Ennio La Malfa, presidente di Accademia Kronos, associazione di valenza nazionale aderente al Comitato. Infine, il Coro della Lituus Guido D’Arezzo diretto dal Maestro Cernicchiaro ha chiuso la manifestazione emozionando gli intervenuti sulle note del Nabucco di Verdi e del canto risorgimentale “Addio mia bella Addio!” applauditissimi. La delegazione di Civitavecchia della Federazione Italiana Cuochi, ormai in ora di cena, come da programma ha offerto al pubblico un ottimo e abbondante aperitivo. “Il clamoroso successo della manifestazione – dicono gli organizzatori - sta a dimostrare come l’opinione pubblica sia molto più attenta di quanto si creda ai temi della cultura e della valorizzazione dei nostri beni storico-archeologici e naturalistici ai fini della tutela e di uno sviluppo economico sostenibile e rinnovabile. Enei alla fine ha concluso: “C’è grande voglia di partecipazione per definire il futuro e nessuno pensi più di arrogarsi con decisioni dall’alto il destino di beni fondamentali che appartengono a tutti, anche alle generazioni che ancora devono venire”. Intanto il Comitato si attende che, così come promesso, l’amministrazione santamarinellese faccia acquisire l’idea progettuale dall’intero consiglio comunale per arrivare al prossimo tavolo di lavoro con Provincia e Regione con una propria proposta forte e chiara.

Da www.civonline.it 

Da segnalare alcuni errori nell'articolo ma tutto sommato, ci si può stare.

venerdì 25 gennaio 2013

Incontro sul Castello di Santa Severa


Il totalitarismo della “società aperta” antitradizionale.


Ha suscitato una grande indignazione, nel settembre del 2012, l'adozione della risoluzione da parte del Consiglio ONU Per i Diritti Umani che introduceva per la prima volta in materia di diritti umani il concetto di "valori tradizionali". La risoluzione, che ha visto il voto contrario dei paesi dell'Unione europea insieme agli Stati Uniti, è stata criticata per il fatto di voler relativizzare i diritti umani alla luce delle tradizioni locali, minando la loro presupposta universalità.
Tale atteggiamento non deve stupire se pensiamo che negli ultimi anni in Occidente è stata scatenata una vera e propria guerra contro i residui della "società patriarcale", contro gli "arcaismi medievali"  che secondo l'élite democratica sono la radice di ogni male. Così, è diventata una moda combattere ogni tipo di "fobia" sociale. L'eradicazione di questi "vizi" sociali è diventata la preoccupazione principale della cosiddetta "società civile" che, alla pari dei commissari politici sovietici, i politruki, vigilano attentamente con la matita in mano sulla "correttezza politica" del "popolo affaccendato". Questi nuovi politruki democratici sono convinti che eliminando qualsiasi tipo di "stereotipo" si raggiungerà l'uguaglianza assoluta in una società, che secondo la loro visione, dovrebbe essere costituita da persone guidate esclusivamente dalla ragione (senza emozioni, senza tradizioni, senza valori, senza pregiudizi,...) cosa che porterà più felicità e libertà per tutti. Questa è la loro definizione di "società aperta", un modello sociale utopico che ricalca le orme del dogmatismo marxista sebbene apparentemente sembra dissociarsene. 

"Nessuno può istituire un criterio della moralità", dicono loro, allora, ci domandiamo noi, qual è la fonte del "bene" che loro pretendono di promuovere? Se dobbiamo proprio lottare contro la tradizione e contro gli "elementi arcaici", che rappresentano dei criteri per la delimitazione del "bene" dal "male" in qualsiasi società, allora che cosa e chi ci può dire cosa sia ammesso e cosa sia vietato? Chi stabilisce, de facto, dove finisce la mia libertà e inizia quella di un altro individuo, la libertà di una comunità o di uno Stato? La Costituzione? La Dichiarazione Universale dei Diritti dell'Uomo o altri documenti internazionali? Non ci dimentichiamo che questi documenti appartengono pur sempre alla dimensione temporale e che possono essere sottoposti alla revisione in qualsiasi momento, oppure, in ultima analisi, essere addirittura denunciati, senza che rappresentino un'autorità di per se. Lo stesso concetto di "diritti dell'uomo" appartiene a un dato contesto storico ristretto e non è il risultato di una "evoluzione" o di un "progresso" dell'umanità. I presupposti culturali secolarizzati che stanno alla base della Dichiarazione del 1789 possono legittimamente essere assenti in altre culture. Se per esempio la concezione dell'Universo nata dalla Rivoluzione francese mette al centro l'individuo, in altre culture è la comunità che viene privilegiata.[1]

Antoine de Saint-Exupery nella sua opera “Cittadella” si domanda: <<Dove inizia e dove termina la schiavitù? Dove inizia e dove termina l’universale? Dove iniziano i diritti dell’uomo? Perché io conosco i diritti del tempio che dà un significato alle pietre e i diritti dell’impero che dà un significato agli uomini e i diritti del poema che dà un significato alle parole. Ma non riconosco i diritti delle pietre ai danni del tempio né i diritti delle parole ai danni del poema né i diritti dell’uomo ai danni dell’impero>> [2]

Tutto ciò dimostra come la presupposta universalità dei diritti dell'uomo è lungi dall'essere realmente universale. Al tempo stesso però nemmeno il consenso o il contratto sociale possono essere una fonte per delimitare il "bene", perché possono essere nella stessa misura una fonte per il "male".

Il bene e il male hanno sempre avuto radici metafisiche, non materiali. Da qui deriva l'incapacità delle ideologie moderne, nate dal materialismo e dal razionalismo illuminista, di rispondere alle domande fondamentali dell'umanità. La ragione individuale e collettiva sono troppo limitate in esperienze per poter offrire delle risposte a delle domande così complesse. La Tradizione, invece, è stata quella che ha risposto a tutte le domande fondamentali dell'umanità.

Per Tradizione, si intende un'eredità  la cui origine non è umana, ma essenzialmente spirituale e che ha assunto diverse forme asseconda dei popoli. Essa è qualcosa di metastorico e, in pari tempo, di dinamico, è una forza (...) che agisce lungo le generazioni in continuità di spirito e di ispirazione, attraverso istituzioni, leggi, ordinamenti che possono anche presentare una notevole varietà e diversità.[3] È la Tradizione stessa quindi che istituisce il criterio di delimitazione tra il bene e il male. La Modernità invece è stata quella che ha trasposto la Tradizione in norme giuridiche. 

Oggi, assistiamo nella giurisprudenza al tentativo di instaurare l'assurdo e l'inimmaginabile: la purificazione della norma giuridica da ogni tradizione e da ogni "arcaismo" in modo che la legge divenga uno strumento arbitrario, un meccanismo morto, "una dichiarazione di intenti" oppure un manifesto politico-ideologico (come ad esempio la  Legge sulle "pari opportunità") che servirebbe come strumento di repressione contro coloro che si oppongono all'ideologia "ufficiale" ed "assoluta".[4] Insomma non sono mai le idee a doversi adattare alla realtà, è la realtà che deve piegarsi agli schemi dell’ideologia. Senza orma di dubbio, con l'eliminazione degli "arcaismi" dalle leggi, si presuppone anche l'eliminazione dalla società degli individui che si fanno promotori di questi "arcaismi" dietro la motivazione che ostacolerebbero "l'ascensione gloriosa della società aperta".

Una fobia viene sostituita da un'altra fobia, una discriminazione prende il posto di un'altra discriminazione. L'equazione non cambia, sono solo i termini dell'equazione che cambiano. Ecco perché non ci si deve stupire quando si fa ricorso alla censura, alla violenza simbolica e fisica in nome della ”liberté, egalité, fraternité".


Nico di Ferro

[1] “Riflessioni sulla cultura dei diritti dell'uomo”, Luigi Arnaboldi, http://www.interculture-italia.it.
[2] Antoine de Sainte-Exupery, Cittadella, ed. Borla, Roma, 1999, pg. 195-196.
[3] Il Mondo della Tradizione, centro studi Raido, Roma, pg. 23.
[4] Octavian Racu, www.octavianracu.wordpress.com.


Sabato 26 gennaio torna "Il mare d'inverno"


Sabato 26 gennaio ritorna l'operazione "Il mare d'inverno": i volontari di Fare Verde saranno impegnati a pulire diverse spiagge italiane per ricordare a tutti che l'inquinamento dei litorali è un problema che esiste per dodici mesi all'anno e non solo durante il periodo estivo. A Ladispoli si svolgerà sabato 26, dalle ore 9.30 alle 13.00, sulla spiaggia di Marina di Palo. L'iniziativa di Fare Verde ha l'obiettivo di riportare al centro dell'attenzione la necessità di ridurre i rifiuti e riciclarli più possibile. Le discariche devono essere considerate per quello che sono: l'ultima soluzione possibile per i rifiuti che non si riescono a eliminare o riciclare. Nuovi inceneritori, in un ciclo virtuoso dei rifiuti, sarebbero inutili. Le operazioni di pulizia promosse da Fare Verde saranno l'occasione per informare i cittadini sulle possibilità di riduzione del mare di rifiuti che invade le vie delle nostre città, le strade, le autostrade, le ferrovie che attraversano le campagne, le aree industriali e i quartieri residenziali, le cime delle montagne e i boschi, i prati e, naturalmente le spiagge.  Ai cittadini sarà distribuito un volantino con informazioni sul ciclo dei rifiuti e alcuni consigli utili per ridurli a partire dall'acquisto. I volontari di Fare Verde coglieranno l'occasione per fare anche un censimento dei rifiuti raccolti. Una specie di "hit - parade" dei rifiuti dove saranno elencati i tipi e le quantità di rifiuti raccolti. Questo per dimostrare che sulle spiagge ormai si trova di tutto ed è dovere dei cittadini e delle pubbliche amministrazioni cooperare per tenerle pulite.

giovedì 24 gennaio 2013

Castello di Santa Severa: Il progetto del Comitato


Sabato 2 febbraio prossimo, alle ore 17,00, sarà presentato nella Sala Flaminia Odescalchi a Santa Marinella il “Progetto per un uso pubblico del Castello di S. Severa per fini socio-culturali e turistici” redatto dal Direttore del Museo Civico Dott. Flavio Enei, in collaborazione con il Comitato Cittadino e l’architetto David Pennesi. All’importante evento il Comitato invita tutti i cittadini e le forze politiche e culturali del territorio per confrontarsi e per porre il sito di Pyrgi-Santa Severa al centro dell’attenzione generale per le future politiche di sviluppo. Il complesso monumentale di S.Severa, unico nel suo genere, è sorto a partire dall’alto medioevo sui resti della città etrusca e romana di Pyrgi così come documentato dalle ricerche e soprattutto dai recenti scavi che lo hanno interessato in occasione dei lavori di recupero curati dalla Provincia di Roma. Il Castello, insieme all’area archeologica, rappresenta un giacimento culturale e paesaggistico unico nel Mediterraneo per ricchezza e diversificazione di contenuti, estesi in un arco di tempo plurimillenario. Ormai quasi ultimati gli interventi di recupero funzionale, il maniero costituisce un’occasione irripetibile di sviluppo per l’intero comprensorio e in particolare per il Comune di Santa Marinella nel cui territorio il bene è situato. La Rocca e il relativo borgo ad oggi sono stati ristrutturati e messi in condizione di poter ospitare una molteplice serie di strutture e servizi culturali/ambientali, formativi, di ricerca, ricreativi, artigianali, religiosi, di accoglienza/guardiania e ristoro. Il progetto del direttore Enei che dal 1994 lavora nel castello, si articola in dieci capitoli che con numerose tavole grafiche e fotografiche partendo dall’analisi dello stato descrive la possibile destinazione d’uso del complesso e la proposta di gestione pubblica del bene che costituisce un sito di straordinaria importanza storico-archeologico-monumentale di interesse nazionale, fondamentale memoria storica per i cittadini del litorale nord di Roma e soprattutto del Comune di Santa Marinella. Il solo indice del progetto ne descrive le caratteristiche: 1. Il Castello di Santa Severa: un bene pubblico da difendere e valorizzare 2. La proposta per una gestione comunale di un bene inalienabile 3. La valorizzazione della Castello: il complesso Rocca-Torre Saracena 4. Il Centro Congressi 5. La Foresteria 6. Il Punto di ristoro 7. I parcheggi antistanti il castello. 8. Il Castello di Santa Severa e la Riserva Regionale di Macchiatonda; un’unica risorsa archeologico-naturalistica per lo sviluppo del litorale 9. Il Castello di Santa Severa centro del Sistema di valorizzazione dei beni culturali e naturalistici “Cerite-Tolfetano-Braccianese”. Le considerazioni finali chiudono la proposta progettuale auspicando che vengano impedite possibili speculazioni o “privatizzazioni di fatto” di un bene che appartiene a tutti e per tutti deve restare fruibile per i cittadini come luogo “di cultura e per la cultura”. Nessun “albergo di lusso” o altri usi impropri devono deturpare il monumento e la sua storia. Enei è convinto che: “A fronte di quanto successo in Italia negli ultimi decenni con la svendita del patrimonio di valore storico-artistico, i condoni ambientali, l’assalto edilizio al territorio o i tagli alle risorse destinate alle politiche culturali si rende ora necessaria più che mai una forte e coraggiosa reazione a queste logiche miopi, dannose, prive di valori e destinate all’insuccesso che hanno caratterizzato il passato”. Nel progetto si spera che “Il recupero del Castello fornisca l’occasione per mettere mano ad una vera e propria riscoperta delle bellezze del nostro territorio per porre le politiche culturali e turistiche finalmente al centro dei processi di sviluppo e crescita di Santa Marinella e del litorale nord di Roma. Investire sulla tutela e valorizzazione dei beni e delle attività culturali, del paesaggio e della qualità della vita e dei prodotti tipici risulta fondamentale per rilanciare con il turismo una delle principali vocazioni del nostro territorio. Valorizzare questo insieme straordinario di beni culturali ed ambientali incentrato sul Castello di Santa Severa, dalla bellezza del paesaggio, alle tradizioni, all’ingegno, alla creatività può dare al nostro comprensorio una marcia in più. Può garantire la tutela e la manutenzione del bene, il restauro e la restituzione al godimento pubblico, la riqualificazione del sito, la sostenibilità ambientale e culturale dell’intero processo di sviluppo”. E ancora: “Si ritiene che proprio in un momento di crisi forte come quello che si sta attraversando sia fondamentale investire parte delle disponibilità economiche in quelli che possono essere gli unici veri settori puliti e trainanti dell’economia dell’Italia del futuro: i Beni Culturali e i Beni Naturalistici. Quando la crisi sarà passata chi avrà investito nello sviluppo della cultura, della formazione e della ricerca, nel turismo di qualità avrà di certo una marcia in più rispetto agli altri”. 

Il progetto è scaricabile in anteprima sul sito www.gatc.it.

martedì 22 gennaio 2013

Aurhelio - Attività Anno 2012


Il Centro Studi Aurhelio è una associazione culturale che si propone come granaio spirituale, in servizio permanente ed effettivo, sul litorale a nord di Roma.  L’associazione è presente sul territorio con  una sua sede a Santa Marinella,  in via Aurelia 571 A, aperta sei giorni su sette e in rete con un proprio blog all’indirizzo aurhelio.blogspot.it.

Sin dalla sua fondazione, nel 2009, il Centro Studi Aurhelio si è adoperato costantemente per la promozione e diffusione della cultura tradizionale mediante la costituzione al suo interno di una propria biblioteca e videoteca che oggi è a disposizione della cittadinanza e al tempo stesso, ha organizzato cineforum, presentazioni di libri e diverse conferenze, abbordando anche temi come quello del disagio giovanile e la resistenza del Tibet,  riuscendo ad avvalersi della partecipazione di prestigiosi figure accademiche tra cui il Professor Mario Polia. L’associazione, in quanto centro studi, offre attraverso il suo blog recensioni, articoli, riflessioni e commenti relativi alla dottrina tradizionale, libri,  eventi organizzati nel comprensorio e riguardo alle altre sue attività.
Tra quest’ultime, occorre menzionare la partecipazione del Centro Studi Aurhelio in qualità di membro, al “Comitato per la difesa del Castello di Santa Severa”, la collaborazione con la “Laogai research fundation Italia”, su temi relativi alla geopolitica ed infine con il Centro Studi Raido. Non meno importante, inoltre, è l’impegno che Aurhelio depone nella promozione e valorizzazione delle ricchezze archeologiche del territorio attraverso la creazione e diffusione di poster e magliette raffiguranti i siti di Castrum Novum e del Santuario di Pyrgi come del Castello di Santa Severa.

L’associazione è al contempo impegnata nella diffusione di libri concernenti la cultura tradizionale attraverso i suoi soci e tramite rapporti di collaborazione con varie librerie del territorio.  Al suo interno Aurhelio, oltre ai momenti di studio, ha dato vita ad un laboratorio creativo per la realizzazione di attività artistiche. Quest’ultime sono indirizzate a valorizzare le energie inespresse dai giovani, le eccellenze del territorio e la traduzione in oggetti concreti, le idee che sono alla base della sua attività. In questo modo l’associazione, oltre che con i contributi dei suoi soci, riesce ad sostenersi con le sue stesse energie. Altro appuntamento consueto del Centro Studi Aurhelio è il sostegno ai progetti estivi della Casa Famiglia “Harlock”. Nel 2012, come l’anno precedente per il terremoto che ha colpito L’Aquila, il Centro Studi si è distinto per l’attività di raccolta di beni di prima necessità per le popolazioni dell’Emilia colpite dal terremoto, in collaborazione con la Protezione Civile di Santa Marinella.
L’attività dell’associazione si è avvalso di una costante presenza sui media locali, sia cartacei che sul web, in particolare modo sui quotidiani: La Voce, Il Messaggero, L’Opinione, La Provincia.

Cronologia degli eventi realizzati dal Centro Studi Aurhelio per l’anno 2012:

21 Dicembre: Anniversario di fondazione dell’associazione “Centro Studi Aurhelio”.

18 Dicembre: Organizzazione del gruppo di studio “Solstizio d’Inverno”.

15 Dicembre: Promozione e partecipazione alla conferenza “La grotta di Platone” tenuta da Mario Polia presso il Centro Studi Raido, a Roma.

14 Dicembre: Promozione e partecipazione alla conferenza del Comitato Cittadino per il Castello di S. Severa per la presentazione del “Progetto per un uso pubblico del Castello di S. Severa per fini socio-culturali e turistici”.

19 Novembre: Conferenza sul “Natale Indoeuropeo” con relatore il Prof. Mario Polia, presso la sala "Santa Maria della Provvidenza" della Chiesa di San Giuseppe a Santa Marinella.

12 Ottobre: Conferenza di presentazione delle attività del Comitato per il Castello e il lavoro che questo sta portando avanti. Presso la sala "Santa Maria della Provvidenza" della Chiesa di San Giuseppe, organizzata dal Centro Studi Aurhelio.

30 Settembre: Incontro organizzato con Don Giorgio Picu presso la chiesetta del porto di Civitavecchia, per la sua valorizzazione e salvaguardia.

8 Luglio: Apertura del fondo librario “Niglio - Farinacci”. Donazione alla biblioteca del Centro Studi Aurhelio, da parte dell’Avvocato Mario Niglio, di numerosi testi relativi alla cultura tradizionale.

11 Giugno: Organizzazione, in collaborazione con la Protezione Civile e in concomitanza con il Consiglio comunale aperto sul Castello di Santa Severa, di una raccolta di beni di prima necessità per i terremotati dell’Emilia.

2 Giugno: Organizzazione, in collaborazione con la Protezione Civile, di una raccolta di beni di prima necessità per i terremotati dell’Emilia.

29 Maggio: Organizzazione presso la sede del Centro Studi della proiezione del film "The Eagle".

27 Maggio: Partecipazione all’evento “Facciamo la festa al Castello prima che gliela facciano gli altri!” organizzata dal “Comitato per il Castello”. Presenza con banchetto di promozione delle attività dell’associazione. 

17 Maggio: Incontro con il Dott. Cesare Foschi dal titolo "Migrazioni: attualità e scenari per il XXI secolo”.

21 Aprile: Incontro conviviale sul Natale di Roma in collaborazione con il Centro Studi Raido.

17-18-19 Marzo: Partecipazione e allestimento presso l’area eventi, in occasione della festa del Santo Patrono di Santa Marinella, di un banchetto di promozione delle attività dell’associazione.

25 Gennaio:  Appuntamento di formazione dottrinaria con il prof. Mario Polia dal titolo “Il dovere dell'azione. La condotta tradizionale nel mondo moderno”.

21-22 Gennaio: Organizzazione, in collaborazione con il Centro Studi Raido, di un gruppo di studio sul saggio di René Guénon “La Metafisica Orientale”.



Centro Studi Aurhelio, Via Aurelia 517 A – 00058 Santa Marinella
+39 0766 511781 - cst.aurhelio@gmail.com - aurhelio.blogspot.it


lunedì 14 gennaio 2013

Nel nome di Yukio Mishima


Documenti per il Fronte della Tradizione - Fascicolo n. 20

di F. Goglio.

In appendice "Una sfida al nostro tempo" un saggio di M.M. Merlino

€4.00 - 32 pp.

Molti considerano Yukio Mishima un fine letterato, un artista geniale che ha saputo elevare la trasgressione a valore di vita, costoro soffermano la propria attenzione solamente sulla sua vasta produzione letteraria e su alcuni aspetti secondari della sua vita personale. Questa visione riduttiva, in realtà, nuoce alla figura del pensatore giapponese, perché è giusto annoverare Yukio Mishima tra gli scrittori che in questo secolo hanno saputo interpretare e risvegliare la forza dello Spirito.
La sua esperienza, che si trova riflessa nelle sue opere, è un chiaro riferimento ai valori della Tradizione, una scelta di che ha il suo fondamento nelle piccole conquiste quotidiane e nei sacrifici totali. Così da giovane, esasperato per i numerosi complessi fisici e psicologici, è riuscito grazie ad una severa disciplina, a trovare il giusto equilibrio tra corpo e intelletto, reagendo con una eccezionale volontà agli ostacoli che il destino gli ha posto dinanzi. Per questo motivo Mishima rappresenta l'uomo della disciplina e dello stile, un uomo che ha saputo tenere desta la tensione interiore, vivendo la sua scelta guerriera come atto d'amore teso ad un continuo miglioramento e al superamento dell'individualità. 
Quest'opera di rinnovamento interiore non è avvenuta a chiacchiere, bensì plasmando la realtà con sacrificio, tenacia e purezza; e per realizzare questo ideale non ha esitato a sacrificare la vita terrena, in cambio dell'eternità. La sua scelta pura e impersonale è ancor oggi esempio e sfida contro ogni sterile ideologismo, dove il gusto aristocratico del "pazzo morire " si scontra violentemente contro la volgarità di un'esistenza plebea. Schieratosi contro la contaminazione americana della sua patria, Mishima ha sognato il ritorno ad un'epoca eroica, ad un mondo di samurai e kamikaze, tanto da esortare i suoi connazionali a rinverdire lo spirito guerriero e il supremo amore per la Patria. Scriverà in "II pazzo morire" (ed. Sanno-Kai) "la professione del samurai è il mestiere della morte. Non ha importanza quanto sia pacifica l'epoca in cui vive, la morte è la base di ogni sua azione. Nell'istante in cui ha paura ed evita la morte, egli non è più un samurai ".
II 25 Novembre del 1970 Mishima decide di togliersi la vita come un samurai, un guerriero d'altri tempi, lo fa in modo spettacolare lanciando ancora una volta la sua sfida e il suo "scandalo ".
"Alcuni intellettuali lo ricordano come il raffinato scrittore del Giappone postbellico, noi preferiamo ricordare di lui la Tradizione, l'onore, il coraggio che si fece testimonianza di messaggio e sacrificio volontario ".

RAIDO

domenica 13 gennaio 2013

Quando il Sole splenderà sarà ancora più luminoso ...

Il discorso di Sam - Il Signore degli Anelli, Le due Torri

Sam: "È come nelle grandi storie, padron Frodo, quelle che contano davvero, erano piene di oscurità e pericolo, e a volte non volevi sapere il finale, perchè come poteva esserci un finale allegro, come poteva il mondo tornare com'era dopo che erano successe tante cose brutte, ma alla fine è solo una cosa passeggera, quest'ombra, anche l'oscurità deve passare, arriverà un nuovo giorno, e quando il sole splenderà sarà ancora più luminoso, quelle erano le storie che ti restavano dentro, anche se eri troppo piccolo per capire il perchè, ma credo, padron Frodo, di capire ora, adesso so, la persone di quelle storie avevano molte occasioni di tornare indietro e non l'hanno fatto... andavano avanti, perchè loro erano aggrappati a qualcosa."


Frodo: "Noi a cosa siamo aggrappati Sam?"

Sam: "C'è del buono in questo mondo, padron Frodo... è giusto combattere per questo!"